Quando un malato grave accetta di sottoporsi a un protocollo terapeutico è perché “spera”. Spera di rubare anni alla vita. Spera di “vivere” e dà il suo consenso mettendosi anima e corpo nelle mani di chi glielo ha proposto e lo gestirà. Sa che deve essere attento nell’assumere le terapie, nel rispettare i tempi, nell’accettare controlli defatiganti, nel sottoporsi a esami su esami. Ma quando il protocollo fallisce è qui che deve entrare in gioco l’umanità dell’“Uomo di scienza che cura”. Il comunicare la sospensione di quelle cure non può che albergare in un caldo dialogo, dichiarando comunque la propria disponibilità ad essere punto di riferimento, non enunciata in modo freddo, asettico, senza guardarti negli occhi, senza offrirti vicinanza, comprensione, senza suggerimenti concreti su come andare avanti. La routine non deve mai prendere il sopravvento, l’intervento medico essere un atto burocratico, e il malato un oggetto. Se si dimentica la sua fragilità non si è un buon medico, ma purtroppo un disdicevole” protocollista”! In università non si offrono momenti formativi specifici su temi così delicati, si insegna tutto meno che come comportarsi di fronte al dramma della fine di un uomo. È tempo di colmare questo vuoto per essere medico “a tutto tondo” dove anche l’ascolto, la parola e la consolazione rappresentano valenze professionali indispensabili. La misericordia non è solo appannaggio dei credenti ma un valore indispensabile anche nella laicità!
E perché no la preghiera?
Dr. Alberto Scanni
Ex Direttore Istituto dei Tumori Milano
Editorialista Corriere della Sera