C’è un quadro di Matisse in cui un Icaro stilizzato, cerca di volare verso un cielo stellato dove non arriverà mai perché le ali di cera si scioglieranno e ricadrà nel mare. Immagine /metafora dell’uomo che con tutte le sue passioni, i suoi sentimenti, tenta di raggiungere quelle stelle, sue speranze e ambizioni, ma che purtroppo spesso vede i desideri frustrati. Quando in una persona irrompe una malattia grave è come se per lei, novello Icaro, si aprisse un baratro, una caduta verso lo sconforto e l’angoscia. In questo farraginoso evento il medico non può essere freddo, deve mostrare disponibilità, parlare, ascoltare con pazienza e carità interpretativa, giusto nella postura e nei movimenti del corpo.
Il suo corpo parla e manda messaggi. Non essere distratti, non mostrare fastidio, insofferenza a un racconto, dare disponibilità. Il corpo parla con i gesti delle mani, con la posizione del capo, con il tono della voce, con il battito delle palpebre, con l’attenzione nello sguardo. Il linguaggio degli occhi è il più sofisticato, il più intenso ed emozionante, bisogna guardare con comprensione chi ti sta di fronte per densificare e scoprirne anche i messaggi non detti: ansia, attesa, bisogno di aiuto, preoccupazione. Mi viene fatto qui di riprendere un pezzo del Cardinal Ravasi di qualche anno fa su Avvenire “…È curioso che uno dei verbi ebraici per indicare la contemplazione è lo stesso che indica lo «scavare», perché in quel momento non si guardano gli occhi dell’altro per studiare di che colore sia la sua iride, ma si cerca di penetrare nell’interno della sua anima per scoprirvi messaggi segreti…” E l’animo del malato va “scavato” e noi, che gli stiamo di fronte, dobbiamo fare in modo che percepisca attraverso il nostro sguardo che non è solo! Un grande medico, padre della Oncologia Medica moderna, Gianni Bonadonna, scrive in un suo libro “Medici umani e pazienti guerrieri”: “Se faccio i conti con quello che mi è accaduto, con il risveglio dall’ictus che mi ha rubato i movimenti, la parola, la libertà, ripenso alla paura provata da tanti malati che hanno dovuto fare i conti con una diagnosi infausta. Per dare una speranza invece basta un gesto, un sorriso, la fiducia, la vicinanza di una persona cara. L’attenzione e l’ascolto sono una grande cura”. Riempire il silenzio con un gesto! Anche questa è cura!
Dr. Alberto Scanni
Ex Direttore Istituto dei Tumori Milano
Editorialista Corriere della Sera